Giustizia, l’Anm di Foggia critica sulla riforma della Cartabia

“La magistratura, all’unanimità, manifesta le sue vive preoccupazioni per i pericoli che l’imminente riforma della giustizia comporterà per la tutela dei diritti dei cittadini e per la tenuta dello Stato democratico. Oggi, con l’approvazione della cosiddetta riforma Cartabia (attualmente in discussione alle Camere), assistiamo ad un attacco frontale ai principi costituzionali di autonomia e indipendenza della magistratura. Principi che i Padri costituenti, ben consapevoli dei pericoli derivanti dalle diverse forme di controllo della magistratura, posero in primo luogo a tutela del cittadino, come garanzia contro gli arbitri e gli abusi dei diversi poteri dello Stato. Si tratta di una modifica normativa che non migliorerà il servizio giustizia”.  Con questo comunicato stampa la sezione foggiana dell’Associazione Nazionale Magistrati interviene sulla riforma Cartabia dell’ordinamento giudiziario approvata alla Camera e ora all’esame del Senato. “La riforma, sui cui pericoli la magistratura intende richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica – spiega l’Anm di Foggia –  prevede la gerarchizzazione degli uffici giudiziari, la separazione di fatto tra magistrati giudicanti e magistrati del pubblico ministero e il primato assoluto delle statistiche, ricostruendo un’alta e una bassa magistratura, com’era prima della Costituzione, ed esasperando la competizione tra i magistrati. Tanto avviene con il malcelato obiettivo di limitare l’esercizio delle funzioni giurisdizionali, controllando ed ostacolando di fatto il lavoro dei magistrati, chiamati ad applicare le leggi, in materia civile e penale, in nome del popolo italiano”. I magistrati di Foggia ribadiscono che “questa riforma vuole una magistratura pavida, composta da giudici che non saranno più liberi nella valutazione delle peculiarità del caso concreto, dovendosi conformare ai precedenti delle Corti del successivo grado di giudizio. In questo modo sarà di fatto impedita qualsiasi evoluzione del diritto e non si potrà assistere al suo adattamento alle evoluzioni della società civile: un diritto monolitico e conformista. Il rischio che la prova indiziaria e la prova logica scompaiano dallo strumentario professionale del magistrato è evidente. E le conseguenti ricadute sulle vittime, specie le più vulnerabili, lo sono altrettanto”. Per l’Anm di Foggia “la riforma cosiddetta  Cartabia tratteggia una magistratura molto lontana da quella dell’impianto costituzionale, una magistratura all’interno della quale il pubblico ministero non sarà più inteso come il primo presidio di tutela giurisdizionale, il primo magistrato terzo e imparziale a valutare le vicende umane che animano i fascicoli processuali. Questa riforma mira a sottrarre il magistrato del pubblico ministero dall’unità della giurisdizione, dalla cultura della giurisdizione, introducendo la regola di un unico passaggio tra la funzione giudicante e quella requirente e prevedendo un inedito potere di consultazione del ministro sui programmi di organizzazione delle procure della Repubblica. La prospettiva di innovazioni ordinamentali aperta dalla riforma Cartabia facilmente fa intravedere il suo esito ultimo: quello di condannare il pubblico ministero ad essere eterno accusatore, inevitabilmente più vicino alle posizioni delle forze di polizia (espressione del potere esecutivo) più che a quelle della giurisdizione. Il rischio che questa riforma vuole correre è di isolare il pubblico ministero, attraendo l’azione penale nell’orbita della politica. Il pubblico ministero non sarà più garante dei diritti delle persone offese e degli indagati, non sarà più un pubblico ministero votato alla ricerca della verità, all’affermazione del diritto, ma un pubblico ministero che aspira alla condanna a tutti i costi, impossibilitato a chiedere l’assoluzione pur quando l’esito del giudizio lo imporrebbe”.  “Se questa riforma ad esempio fosse stata approvata negli anni sessanta – spiega ancora l’Anm – non avremmo mai avuto la giurisprudenza dei pretori degli anni settanta in materia ambientale, il maxiprocesso alla mafia, mani pulite e, più di recente, le indagini e i processi sul G8 di Genova e sul caso Cucchi; in materia civile, non avremmo avuto le pronunce sulle unioni di fatto, sulla tutela dei “rider”, sul danno biologico. Non avremmo avuto, in definitiva, decisioni frutto dall’attività (dei magistrati) di interpretazione delle leggi e di loro applicazione al caso concreto. Questa attività richiede studio, analisi approfondita dei fatti e dei beni giuridici in gioco, capacità di bilanciare interessi spesso differenti; è una funzione che impone al magistrato di rimanere ancorato al contesto della realtà dei tempi e dei fatti umani, in cui la decisione dovrà intervenire, senza arroccarsi in un fortino fatto di fascicoli. Questo è rendere il servizio giustizia che è altra cosa rispetto al conformismo giudiziario evocato dalla riforma. Se questa modifica normativa fosse stata approvata alcuni decenni fa, non avremmo avuto, in altri termini, tutte quelle indagini e quelle sentenze innovative e coraggiose che si sono motivatamente discostate da orientamenti all’epoca granitici (ma non più attuali) e che hanno permesso al nostro ordinamento di evolvere e, soprattutto in sede civile, di portare all’affermazione di nuovi diritti che oggi riteniamo acquisiti e indiscutibili. Non sarebbe stato possibile rendere ai cittadini il servizio giustizia”. In chiusura l’Anm si rivolge direttamente ai cittadini chiedendo loro “se è nel loro interesse vedere cancellata l’autonomia di giudizio della magistratura e la sua indipendenza da altri poteri? Agli Avvocati chiediamo: il vostro lavoro, l’essenziale presidio del diritto di difesa, non sarà forse frustrato quando un magistrato, pur ammettendo che la tesi difensiva sia conforme all’ordinamento e maggiormente rispondente alle peculiarità del caso concreto, dovrà dire di non poterla accogliere alla luce dei precedenti delle corti dei successivi gradi di giudizio? La domanda per noi tutti: avremo giustizia quando questo accadrà?”

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