REPORTAGE: ll viaggio nel sabato sera dei dodicenni finisce con la Polizia che porta in Questura un minore

Una Coca Cola al bar e una sigaretta. Ogni tanto una sbirciata al telefono. Oppure due passi nella Cattedrale che è ancora aperta, per una preghiera.

 

 

È il sabato fuori dei papà e delle mamme, che aspettano che la serata dei loro figli con gli amici, si chiuda senza danni. Preferiscono star qua che a casa a guardare il telefono e l’orologio, col rischio di dover abbandonare il divano o una cena e correre a prenderli, attraversando la città impazzita di sabato sera, perché qualcuno, come al solito da un anno, li umilia e li picchia.

Le mamme e i papà arrivano alla spicciolata e in una mezz’ora il tavolino da due, su cui si erano appoggiati i primi, non è più sufficiente. Sono le nove.

Mariuccia del bar, ormai li conosce; gli serve compagnia e conforto, nell’attesa che il sabato sera dei loro figli si consumi. Non dice niente. Gli porta sedie e da bere. Stanno raccogliendo firme da portare al Prefetto perché non si sentono più sicuri, dopo che i loro ragazzi di dodici anni, quasi tutti alunni della stessa classe, sabato scorso si sono andati a nascondere in un locale in piazzetta. I soliti ragazzini che da un anno li spaventano, quella sera sono stati più spiacevoli del solito.

Stanno in pieno centro: si incontrano in piazza del Lago e poi mangiano qualcosa nei locali lì intorno.

E a camminarci, lì in mezzo, quello che vedi fa impressione: gruppi di ragazzini seduti a fare serata e gruppi di genitori in piedi che li osservano. Sabato scorso, camminavano in gruppo, per andare a comprare una da mangiare, quando sono stati affiancati da altri un altro gruppo di ragazzini di undici anni. Li hanno presi a spallate. Una volta. Due. Tre. Lo racconta uno di loro. Che quelle spallate le sente sempre addosso e non le ha digerite, perché fanno ancora male. “Hai qualche problema?”, gli ha chiesto per farlo smettere. “Ce l’ho. Perché che vuoi fare?”.

E giù con calci e pugni alle spalle.

E schiaffi in faccia. Di quelli che fanno lacrimare gli occhi. Per lavare il viso e asciugare le lacrime, sono entrati in un locale. E poi Polizia. Madri. Padri. E il racconto di un anno di vessazioni è venuto fuori. “Potevo reagire, perché erano più piccoli di me – mi dice, a una settimana di distanza esatta da quella sera. – Ma se tocchi uno di loro, arriva il branco. E si scatenano contro. Non ne vale la pena. Arrivano i fratelli. Più grandi e più cattivi”.

Gli chiedo “Hai paura?” e mi dice di no. Poi mi guarda e chiede lui a me: “Ma a te sembra normale che se io voglio uscire, mi devo sentire dire figlio di …, devo farmi sputare, devono spettinarmi e farmi le foto. E ridere di me. E io devo stare zitto…”

Sua mamma, seduta accanto a me, mentre lui parla, finge di non sentire. “Vogliamo controllo – mi sussurra, urlando. – Anche una volante sarebbe d’aiuto”.

E mentre parliamo, la sentiamo arrivare dalle sirene. E poi una telefonata. E un’altra. I telefoni di mamme e papà suonano tutti. È successo ancora. Adesso. In via Oberdan. Schiaffi, spintoni, parolacce.

Questa volta la volante arriva, porta via un ragazzino in auto. Hanno picchiato ancora, mi dice il poliziotto. Non possiamo dire niente. Quanti erano, cosa hanno fatto… Niente. Devono prima verbalizzare.

Intanto si è formata una folla. E qualche mamma non ci sta. “Non è giusto portare via un minore. Come si permettono…”.

“Basta! – urla un’altra, di mamma – Venerdì anche nella scuola in cui insegno io, hanno minacciato di prendere a schiaffi un insegnante. Non se ne può più”.

Il sabato stasera per noi è finito. Sono appena le ventidue.

Tommi Guerrieri

 

 

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