Scoperta rivoluzionaria: una nuova molecola contro l’Alzheimer!

Le malattie degenerative rappresentano uno dei principali campi di battaglia per gli scienziati, che insieme a vari tipi di cancro, sono responsabili del maggior numero di morti non naturali nell’essere umano in tutto il mondo. In questo contesto, i ricercatori e i medici stanno cercando di raggiungere progressi che permettano di controllare queste patologie e di sviluppare un farmaco capace di sconfiggere la malattia.

Recenti studi hanno dimostrato che la molecola hevin (o SPARCL-1) potrebbe essere la chiave per prevenire il declino cognitivo. L’hevin è una proteina prodotta naturalmente nel cervello dalle cellule denominate astrociti, che hanno il compito di produrre connessioni tra i neuroni, svolgendo un ruolo cruciale in questo processo. Questa scoperta è stata realizzata da ricercatori dell’Università Federale di Rio de Janeiro (UFRJ) e dell’Università di São Paulo (Brasile).

I topi, una parte fondamentale dello studio

Il segreto risiede nell’aumentata produzione di hevin nel cervello di topi sani e di quelli affetti da una malattia simile all’Alzheimer. Questo incremento della proteina ha mostrato eccellenti risultati poiché, dopo sei mesi, i topi trattati hanno evidenziato un miglioramento della memoria, oltre a una maggiore capacità di apprendimento rispetto agli animali non trattati. Inoltre, le scansioni cerebrali hanno mostrato una migliore comunicazione neuronale attraverso le sinapsi.

“L’hevin è una molecola ben conosciuta che interviene nella plasticità neuronale. Abbiamo scoperto che la sovrapproduzione di hevin è in grado di invertire i deficit cognitivi negli animali più anziani migliorando la qualità delle sinapsi in questi roditori,” ha affermato la neurobiologa Flavia Alcantara Gomes, dell’UFRJ.

Oltre ai roditori, lo studio ha anche analizzato i pazienti umani affetti da Alzheimer, notando che i livelli di hevin nel cervello erano inferiori alla norma, suggerendo così un ruolo significativo di hevin e astrociti nella malattia.

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“Per ora, però, il beneficio fondamentale di questo lavoro è una comprensione più profonda dei meccanismi cellulari e molecolari della malattia di Alzheimer e del processo di invecchiamento,” ha spiegato la ricercatrice brasiliana

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